dopo la Vostra lettera relativa alla "fusione unitiva" delle parrocchie, il nostro consiglio pastorale si è riunito per leggerla insieme con stile sinodale.
Ci permettiamo di farvi arrivare alcune sensazioni e riflessioni nate da questa lettura. Speriamo abbiate la pazienza e la benevolenza di prenderci in considerazione. Vengono non da passioni polemiche, ma da amore per la Chiesa e per la nostra terra.
Circa la premessa della lettera, ci sembra esaltiate troppo il cammino compiuto in questi dieci anni, senza considerare che esso ha lasciato più feriti sul campo di quanti ne abbia curato questa Chiesa che si proclamava ospedale da campo.
Avvertiamo invece completamente dimenticati i secoli di storia che la nostra Diocesi ha vissuto prima del 2016. Sentiamo la sofferenza di questa dimenticanza anche in comunità a noi vicine e in collaborazione con noi: ci riferiamo al Decanato di Ampezzo e, di riflesso, anche a quello di Livinallongo, uniti a Belluno solo nel 1964. Non conosciamo molto le vicende di Feltre e della Diocesi soppressa nel 1986, ma ricordiamo che l'eco giunto fin quassù, dopo la nascita di Belluno-Feltre, non è stato sempre felice. Venendo al Cadore, siamo partecipi delle difficoltà che la storia del nostro Arcidiaconato e della Magnifica Comunità ha avuto e ha nei rapporti con Vostra Eccellenza. Pur accorpato alla Diocesi di Belluno, fin dal 1846, il Cadore sente ancora la fratellanza con la Carnia e con l'eredità di Aquileia, dove parlare di Arcidiaconato o del cammino delle Pievi non è tabù e mantenere vive certe tradizioni non è un limite alla fede o una nostalgia sterile, ma vita della comunità attuale.
Venendo al progetto da Voi esposto, comprendiamo bene le difficoltà che la nostra Chiesa si trova ad affrontare, per mancanza di fedeli dovuta allo spopolamento e alla secolarizzazione, oltre che di presbiteri. Circa quest'ultima carenza, ci pare che l'eccessivo accento posto sul ruolo dei laici faccia passare il messaggio che i preti non siano più necessari e questo non suscita vocazioni; anche la distanza, non solo geografica, ma di sensibilità ecclesiale e spirituale del seminario di Trento dalla vita delle nostre parrocchie, non ha fatto bene alla pastorale vocazionale dell'ultimo decennio.
Dunque, sì, un ripensamento della presenza delle istituzioni sul territorio ci vede d'accordo. Ma pur avendo davanti una prospettiva sinodale, al momento avvertiamo l'operazione presentarsi con stile poco rispettoso della nostra identità e della nostra storia che, se riletta bene, non ostacola ma favorisce il progetto.
Sentir parlare di abolizione non solo di parrocchie (San Vito, Borca, Vodo), ma anche dell'antica Pieve, che di esse fu madre e di cui abbiamo recentemente festeggiato gli otto secoli, non ci piace affatto.
Cancellare la storia da cui le nostre tre attuali parrocchie provengono (insieme a quelle distanti geograficamente, ma non affettivamente di Selva e Pescul) per cercare nuovi patroni o nuovi nomi non ci pare la via da percorrere. Ricordiamo pure che Vinigo, attualmente parte della Parrocchia di Vodo, è stata curazia della Pieve fino al 1986. Tentare di sopprimere termini cari al nostro vocabolario ladino come Pieve/pievano-pioan (è appena il caso di ricordare che significano popolo, radicamento al popolo, ben prima che Karl Marx o il Concilio Vaticano II scoprissero queste categorie) che sentiamo usare con orgoglio e amore nel vicino Friuli, per omologare tutto ad un linguaggio ecclesiale proprio di altre zone, ci sembra un voler annullare la nostra specificità.
C'è poi un'altra questione che sentiamo di non dover ignorare: i beni materiali. La nostra comunità è già stata provata anche in questo aspetto. A parte gli incameramenti statali di fine '800, i beni dell'antica Pieve rimasti alla Parrocchia di San Vito, intestati maldestramente al beneficio, passarono tutti all'IDSC dopo il 1984. A distanza di 40 anni, il risentimento e il senso di ingiustizia subita sono ancora forti nella popolazione. La canonica è l'unica proprietà rimasta (a parte le chiese). Invece a Borca e a Vodo le canoniche, come altrove in Cadore, sono di proprietà delle Regole che stipularono accordi al tempo della fondazione delle curazie (rispettivamente 1694 e 1626) e delle parrocchie stesse (1866 e 1857); venendo a mancare l'ente per cui e con cui fu fatto l'accordo, non si dia per scontata la volontà di considerarlo valido con un ente completamente nuovo.
Soluzione possibile potrebbe essere la riscoperta delle curazie, enti che riconoscevano un unico pievano, ma garantivano una certa autonomia alle comunità: francamente questa storia e questi termini ci appartengono di più rispetto all'uso eccessivo del termine vago "comunità" e "comunità di comunità", con questi genitivi pesanti per l'orecchio oltre che per il cuore. Eccellenza, noi vi promettiamo di seguirvi nella sostanza della Vostra riforma, se Voi ci rispettate nella definizione di questi "accidenti", per noi tutt'altro che accidenti!
Inoltre, non solo le parrocchie attualmente erette, ma anche le chiese frazionali, per lodevole consuetudine, hanno la loro fabbriceria che in maniera autonoma ha sempre provveduto alla cura delle medesime. Pure le Regole hanno sempre fatto la loro parte nella conservazione degli edifici. Avvertiamo questo stile in linea con il principio di sussidiarietà tanto caro alla dottrina sociale della Chiesa.
Calare dall'alto ordini che paiono voler andare al di là del dovuto controllo, assumendo il sapore dell'accentramento, sicuramente controproducente dal punto di vista della generosità dei fedeli, non è opportuno.
Pensando perciò all'assemblea che Vostra Eccellenza ci sollecita a convocare su queste tematiche, più che il piacere della sinodalità, temiamo vedrebbe un sollevarsi di queste e altre obiezioni, con il rischio di creare malumori e divisioni nella comunità, e distanza dall'istituzione ecclesiale.
Vi abbiamo esposto per sommi capi le nostre perplessità. Ci piacerebbe che il nostro pastore gioisse per lo zelo e l'attaccamento alle istituzioni che hanno permesso ai nostri Padri e a noi di ricevere, vivere e trasmettere il Vangelo.
Pur disposti a camminare verso il futuro, continuando insieme a Vodo lo stile di collaborazione che in questi anni ha unito San Vito e Borca, non siamo disposti a troncare così bruscamente e irreversibilmente le nostre radici.
Con il rispetto dovuto al ministero di Vostra Eccellenza, porgiamo i nostri cordiali e umili saluti.
I MEMBRI DEL CONSIGLIO PASTORALE UNITARIO DI SAN VITO E BORCA DI CADORE